[RECENSIONE] LA FELICITÀ NON VA INTERROTTA - ANNA BARDAZZI - ADRIANO SALANI EDITORE


Buongiorno Sognalettori!
Oggi vi parlo di un libro molto speciale “LA FELICITÀ NON VA INTERROTTA" di Anna Bardazzi, pubblicato dalla casa editrice Adriano Salani Editore, che ringrazio moltissimo per la copia cartacea del libro. 😊 📖

ANNA BARDAZZI è nata a Prato e, dopo dieci anni a Parigi (e due figlie), nel 2020 si è trasferita a Milano. Nel 1995 la sua famiglia ha ospitato per la prima volta una bambina nell’ambito del ‘Progetto Chernobyl’; molti altri sono seguiti nel tempo. Si è laureata in Scienze politiche con una tesi su Lukashenko e ha insegnato a Minsk, alla facoltà di Relazioni internazionali. Oggi si considera ‘quasi bielorussa’. Questo è il suo primo romanzo.


IL ROMANZO


Titolo: La felicità non va interrotta
Autore: Anna Bardazzi
Data di uscita: 25 Marzo 2021
Genere: Narrativa italiana contemporanea | Narrativa per ragazzi
Pagine: 272

«Quando Anna è entrata nella mia vita, qualcosa è cambiato.
Ero partita senza capire bene cosa mi stesse accadendo, non sapevo dove fosse l’Italia e pensavo che ovunque, nel mondo, si parlasse russo.
Eppure, nel momento stesso in cui mi aveva allungato la sua Barbie, avevo capito che quell’attimo avrebbe segnato tutta la mia esistenza.
Per quanto diversa da me, lei sarebbe stata ciò che io avrei sempre chiamato casa.
La persona in cui rifugiarmi in caso di tempesta».


Quando si incontrano per la prima volta, Lena è appena scesa da un aereo ed è una delle migliaia di minori bielorussi mandati in Italia a disintossicarsi dalle radiazioni di Chernobyl; Anna la sta aspettando con i suoi genitori, pronti a ospitarla per un mese, e ha un po’ paura che questa bambina biondissima sia venuta a rubarle l’amore della sua famiglia o, peggio, i suoi giochi. Ma a entrambe basta un niente per superare la diffidenza e scoprirsi legate da un affetto indissolubile che le renderà ‘sorelle per sempre’, anche quando saranno lontane. Vent’anni dopo sono di nuovo in un aeroporto, stavolta a Minsk. Anna ha studiato Scienze politiche e sacrificato molto di sé per inseguire un sogno: combattere la dittatura che opprime la Bielorussia e salvare l’amica. Ma anche se Lena è cresciuta tra mille difficoltà – la madre scomparsa, un fratellino disabile, una figlia da crescere da sola – il ruolo della vittima, dell’essere indifeso, proprio non fa per lei. Entrambe, a modo loro, sono due guerriere. Quando si riabbracciano, un’occhiata e tre parole pronunciate a fior di labbra sono sufficienti per capire che tutto sta per cambiare radicalmente. E che forse, prima di pensare agli altri, dovranno imparare a prendersi cura di loro stesse. Alternando le voci delle due protagoniste, Anna Bardazzi racconta il destino comune a tante donne che in ogni luogo devono lottare per una vita migliore. E mostra come, anche nel grigiore apparente di alcune storie, possa sempre brillare la luce della felicità, di relazioni nate per caso e coltivate nonostante le distanze, non solo geografiche.



La parola all’autrice

«Quando ho avuto l’idea di questo romanzo stavo attraversando la Siberia in treno: era l’estate del 2019 e di lì a poco sarei tornata in Bielorussia, quella terra che pochi conoscono ma a cui sono legata intimamente da molti anni. Del perché di questo mio grande amore - io lo chiamo così - avrei voluto scrivere tante volte. Poi l’idea: avrei messo nero su bianco una storia che raccontasse sì del mio legame, ma anche di ciò che avevo scoperto frequentando il paese. La forza e la tenacia delle sue donne, la bellezza oltre le strade infangate dalla neve sporca e dietro le tendine di casette di legno colorate. Sono partita da quello che molti conoscono, Chernobyl, per raccontare ciò che soltanto io conosco, un paese pieno di piccole felicità e grandi sogni. Ma non è la mia storia: il mio unico intento è trasportarvi in un luogo che, dopo l’ultima pagina, vorrete scoprire anche voi. E lasciarvi con la voglia di incontrare una di quelle donne, certa che sapranno regalarvi un modo nuovo di vivere e vedere la vita.»


Il tema della sorellanza, della maternità e della profondità dei legami femminili ce li racconta Anna Bardazzi in La felicità non va interrotta, il suo romanzo d’esordio pubblicato da Salani nella nuova collana Le Stanze, che ringrazio per la gradita copia cartacea.

Una storia di donne che parla alle donne: soprattutto la storia di una sorellanza nata tra due bambine, che si snoda in un viaggio lunghissimo tra l’Italia e la Bielorussia e che dura da oltre vent’anni.

Anna e Lena si incontrano per la prima volta a sette anni: la prima vive in Italia con la sua amorevole famiglia, mentre la seconda è appena scesa da un aereo che arriva dalla Bielorussia, giunta a migliaia di chilometri da casa – come tanti altri bambini – per riprendersi dalle radiazioni che la centrale nucleare di Chernobyl ha sparso ovunque intorno a sé solo qualche anno prima.
Superata la perplessità iniziale e il timore di vedersi rubare l’affetto dei genitori, papà Alessandro e mamma Lucia, Anna invece si lega subito a Lena in una relazione viscerale ed elettiva, nonostante le difficoltà linguistiche, le abitudini e i caratteri profondamente diversi.
In un unico, intenso, mese di convivenza, si creerà un legame indissolubile.

A sedici anni Anna chiede ai genitori di far tornare Lena in Italia. Non ha mai smesso di pensare a lei e decide di dedicarsi con fervore anche a un grande sogno: studiare, diplomarsi, laurearsi e specializzarsi per cambiare il destino della Bielorussia, per renderlo un posto migliore e dare a Lena la vita che merita.

“Quel giorno dell’estate dei nostri sedici anni, ci era bastato incontrarci di nuovo per sceglierci definitivamente. Ci eravamo date la mano e avevamo camminato verso l’auto sorridendo con lo sguardo a terra, e le nostre dita, proprio come i nostri cuori, non si erano più separate.
Decisi che non l’avrei lasciata mai, quella sorella dal viso di bambola che viveva in un posto così lontano che forse non avrei visto mai, ma che pure mi attirava come lo zucchero attira le vespe, con una potenza che non avevo mai sentito per nient’altro.”

Nonostante l’offerta di Lucia e Alessandro di pagarle gli studi in Italia, mentre Anna si trasferisce a Parigi per seguire il suo sogno, la giovane decide di tornare dalla nonna e in quella che per lei sarà sempre casa. La Bielorussia è sicuramente una nazione povera, ma è anche una terra che sa accogliere e amare.

“Ancora una volta penso a quanto sia sorprendente che la gente viva così bene, qui, quando ci hanno sempre raccontato che c’è un’emergenza, che bisognava raccogliere fondi, che Lukashenko e la Russia se ne sono sempre fregati, dei pezzenti che erano rimasti e pure di quelli che avevano tolto con la forza dalle loro case.”

La stessa Anna nei suoi tanti viaggi in Bielorussia sentirà crescere dentro di sé quelle inarrestabili radici, quel legame eterno che tutti noi abbiamo con il luogo in cui siamo nati.
E mentre Lena, ormai madre della piccola Nastia, si divide tra la capitale Minsk, dove porta avanti il difficile lavoro di procuratore mettendo in galera criminali violenti, e le campagne in cui è cresciuta, Anna deve imparare a colmare le proprie inquietudini, le mancanze che non vuol ammettere di sentire. Fino a quado una dolorosa confessione di Lena metterà tutto in discussione.
E mentre il racconto si snoda nella narrazione a due voci, scopriamo tutti i dettagli di questa splendida amicizia, dalla prima Barbie regalata a quest’ultima amara rivelazione.

Il villaggio di Lena diventerà per Anna un luogo da chiamare casa, di cui si innamora perdutamente, e non solo per la presenza di Igor: il profumo delle foreste di betulle, la zuppa fredda, il tè da bere in ogni occasione. Sarà durante l’ultimo viaggio in Bielorussia, per festeggiare il compleanno di baba Sasha, che tutto cambierà per loro.

“Con gli anni ho capito che non si tratta del comunismo. Che non basta studiare sui libri di storia, che non avrei mai capito veramente cos’era l’Unione Sovietica se non fossi venuta qui, se non ne fossi diventata parte, in qualche modo, io stessa. È tutto molto più complesso di quanto dicano i libri, i politologi, i sociologi e i premi Nobel: senza vivere in questo ‘tempo di seconda mano’ è impossibile a capire davvero cosa si cela dietro i casermoni brutalisti e le parate nostalgiche.”

Anna Bardazzi, ci racconta una storia di affetti in un romanzo pieno di dettagli, di piccole cose preziose, come un vecchio album fotografico di famiglia, in cui rivedere chi abbiamo amato, forse solo per un attimo, magari ancora e per sempre.
La storia di una bambina italiana, la cui famiglia decide di aderire al progetto Chernobyl ospitando per un mese uno dei bambini proveniente dalla Russia Bianca.

Nel momento in cui si conoscono Anna ha paura di questa bambina bellissima che non parla una parola d’italiano, paura che i suoi genitori possano amarla meno. Ma basta poco, una Barbie, per superare la diffidenza iniziale e diventare amiche.
Un’amicizia che non ha bisogno di parole (Lena non parla italiano e Anna non parla bielorusso) ma che è fatta di momenti condivisi, di mani che si cercano, di abiti scambiati e pomeriggi passati a giocare nella vasca facendo le bolle con la schiuma.

«Quando Anna è entrata nella mia vita, qualcosa è cambiato. Ero partita senza capire bene cosa mi stesse accadendo, non sapevo dove fosse l’Italia e pensavo che ovunque, nel mondo, si parlasse russo. Eppure, nel momento stesso in cui mi aveva allungato la sua Barbie, avevo capito che quell’attimo avrebbe segnato tutta la mia esistenza. Per quanto diversa da me, lei sarebbe stata ciò che io avrei sempre chiamato casa. La persona in cui rifugiarmi in caso di tempesta».

Inizia così la loro amicizia, ma Anna e Lena sono più che amiche, sono sorelle. Anche se non lo sono di sangue, ma diverranno sorelle per scelta perché si sono trovate e riconosciute.
Al termine del mese di vacanza in Italia Lena torna in Bielorussia dalla nonna, con cui vive insieme al fratellino disabile ed al crudele fratello maggiore.
Passeranno quasi dieci anni, ma Anna farà di tutto per farla tornare in Italia e da quel momento non si lasceranno più.

Anna e Lena seguiranno strade molto diverse, la prima andrà a studiare a Parigi mentre Lena deciderà di continuare gli studi in Bielorussia per rimanere con la sua famiglia.
La loro amicizia si fa sempre più profonda.

L’autrice tratta anche un altro tema a me caro, la maternità: a tratti negata da una malattia invalidante come l’endometriosi, ad altri mancata per scelta, viceversa voluta ad ogni costo senza remore. Questi diversi punti di vista convivono nel romanzo, creando realismo ed efficacia narrativa.

“All’improvviso mi ero trovata sul pavimento della cucina, a casa di mia madre, con le gambe zuppe di sangue e una voglia disperata di piangere. Era come se il sangue, scorrendo sotto il mio vestito di lino a righe, colasse tutte le lacrime che avevo nel corpo. Quelle per essere arrivata fino a quel punto da sola, lontana dalla mia famiglia, lontana da chi amavo, perennemente al traino di uomini che la sera tornavano da altre donne. Donne più capaci di me di fare le donne. Donne più capaci di me di fare figli.”

Una storia che mi ha emozionato tantissimo, ricca di dettagli affascinanti. Spesso ho avuto la sensazione di frugare in una scatola dei ricordi.
Quando ero una ragazzina per due estati abbiamo ospitato una bambina della Bielorussia, veniva da Gomel, e dal primo momento nel leggere questa storia così intensa e ben scritta, ho rivissuto ogni istante condiviso con mia sorella e Irina.
Ho trovato molto realistico il racconto, ho ritrovato similitudini e assonanze, emozioni e sensazioni.
Mi ha portata alla scoperta di un Paese che avevo solo immaginato da piccola, mi ha affascinata la narrazione della sua storia e delle sue tradizioni.
Una Bielorussia da conoscere e imparare ad amare, come lo spettro del disastro di Chernobyl, di cui proprio quest'anno ricorre il trentacinquesimo anniversario.

 

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